Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

7 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità;

 ma di tutte più grande è la carità!

DOMENICA 22 OTTOBRE 2017

Oggi, abbiamo ricevuto un dono, poter scrivere dei missionari, siano essi sacerdoti, consacrate, laici, famiglie, giovani.. poterli abbracciare tutti, pen-sarli intensamente insieme. E vorremmo farlo, condividendo il pensiero di tanti, così che forte possiamo far arrivare la nostra voce là, dove i Missionari vivono, fino alle periferie del Mondo. I missionari vivono accesi! Sono i custodi di quella luce che forse solo loro possono vedere ma che ci comunicano ad ogni respiro. Lincontro con alcuni di loro, in questi anni, ci ha permesso di scoprire che, per essere missionari occorre provare a guardare oltre le difficoltà, il limite, i numeri ridotti, le la-mentele; la sfida è oltre, è unazione audace, rivolta a tutti, quella di confron-tarsi senza paura con popoli e culture differenti. Essere missionari è imparare a versare vita, bruciare in un solo slancio tutte le proprie sicurezze, i propri patrimoni, fatti di calcoli e ragionamenti. Essere missionari è avere sguardi che quando si posano sulle persone, fanno emer-gere ciò che cè di buono e di bello in loro; come il sale che si perde per ren-dere più buone le cose e poi scompare. Essere missionari è intuire che il Vangelo non lascia il mondo comè, chie-de di scegliere, di stare dalla parte dei poveri, senza restare indifferenti a quelli che muoiono nel Mediterraneo o girarsi dallaltra parte di fronte a muri e conflitti. Essere missionari è riconoscere che la paura per chi viene da fuori è la stes-sa ma se si riesce a spingere lo sguardo oltre lorizzonte di un presente diffi-dente si può scorgere come laccoglienza, la disponibilità reciproca a conta-minarsi, sono la strada per costruire una cultura dellincontro. Essere missionari è credere infine nelle nuove generazioni, accogliere e rac-coglieregiovani perché possano fare esperienza di Chiesa, come di una com-pagnia di amici affidabile, vicina in tutti i momenti della vita, siano essi lieti e gratificanti oppure difficili e oscuri; investire sui giovani è intuire la fragili-tà dei loro sogni e puntare tutto su di essa. Essere missionari è ogni giorno credere nella Promessa di eternità. "Non dimentichiamo lospitalità, alcuni praticandola, senza saperlo, hanno accolto angeli"

Ale Riva e Zaira

 

documenti disponibili pert il download :             

 - 10° rapporto caritas2016 pubblicato il 19/05/2017


 da farsi prossimo  di OTTOBRE  2017

Leggi tutto l'inserto di Farsi Prossimo sul Segno di Ottobre 2017

pubblicato su "il segno " mensile della diocesi di Milano

La siccità nei nostri cuori

Abbiamo appena attraversato una delle estati più calde degli ultimi anni. La siccità che ha segnato questi mesi pare non solo meteorologica. Ad essersi inaridito non è solo il paesaggio fisico ma anche il panorama sociale del nostro Paese. Tutto intorno a noi parrebbe dire che la civiltà dell’amore basata sul dono, la gratuità, il primato della vita e della persona, dei popoli e del bene comune non sia possibile. Sembra di stare in un deserto che non riesce a fiorire, anzi....

Si prenda ad esempio l’atteggiamento degli italiani nei confronti dei migranti. Sono aumentati, arrivando ad un terzo (36%) i nostri connazionali che vorrebbero respingerli tutti. E anche tra i pochi che sarebbero pronti ad accoglierli il 43% dice che bisognerebbe accettare solo i profughi provenienti, ad esempio, dalle zone di guerra, e respingere gli immigrati che giungono solo per motivi economici. L’immigrazione è salita in cima alle paure degli italiani (48%) seguita dal terrorismo (39%), superando la disoccupazione e le tasse, da sempre ai primi posti. Ovvio allora che non solo gli stranieri ma anche chi li aiuta venga criminalizzato.

Non va meglio sul piano economico: la lunga crisi economica pare non averci insegnato nulla. Le regole fondamentali restano immutate né si intravvede un qualche cambiamento. Continuiamo a promuovere un consumo ossessivo, a credere che qualsiasi regola al mercato sia una minaccia al benessere. Non si riesce a trovare nessuna governance democratica per la finanza i cui meccanismi appaiono sempre più impersonali e sfuggenti. La tecnocrazia amplia i suoi poteri imponendo diritti di proprietà intellettuale su farmaci e sementi, cioè le basi della nostra stessa vita biologica.

Eppure in questo scenario desolante il Santo Padre ci ricorda che è proprio nel deserto che si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere. Le persone di fede sanno che è proprio nei momenti più aridi che occorre tenere viva la testimonianza. “Non lasciamoci rubare la speranza!” ha quasi implorato papa Francesco all’inizio del suo Pontificato, nella frase più famosa della sua prima esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”.

Molte eminenti figure ci dicono che siamo di fronte ad un bivio della storia: possiamo scegliere se dare ascolto ai fomentatori della paura, del rancore e dell’odio oppure seguire quello che ci chiede di fare Papa Francesco: “vivere insieme, mescolarci, incontrarci, prenderci in braccio, appoggiarci, partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti” (cfr. EG n. 87).

Il Santo Padre ci indica anche un metodo per, appunto, non lasciarci rubare la speranza. Uscire da noi stessi, dalle nostre chiese per andare incontro al mondo, impegnarci verso i poveri, i piccoli, gli esclusi. Coltivare le relazioni, l’ascolto il dialogo. Insistere sulla formazione ed educazione, scommettendo sulla capacità di cambiamento delle persone. Costruire comunità accoglienti, testimoniare che può esistere un’economia basata sul dono e una politica sul servizio al bene comune.

È un programma impegnativo affidato a tutti i credenti e ad ogni uomo di buona volontà. Gli operatori della Caritas vi sono richiamati in modo speciale. All’inizio del nuovo anno pastorale, il compito che ci attende è di “stare nel mezzo”.

Stare nel mezzo vuol dire non solo stare in mezzo ai poveri, ma anche tra loro e chi ne ha paura. Aiutare chi arriva e chi si sente defraudato dai nuovi venuti. Smontare le paure degli impauriti esercitando anche con loro l’ascolto che diamo a chi bussa alle nostre porte. Solo così eviteremo che a prevalere siano i fomentatori di odio e i ladri di speranza.   
 
Luciano Gualzetti